Dalla Rete

La chiesa di Santa Maria delle Grazie a Milano

Autore: Roda, Anna  Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it
venerdì 31 dicembre 2010

L’Osservanza domenicana a Milano La seconda metà del Trecento è contrassegnata da una forte decadenza spirituale degli ordini religiosi e solo alla fine del secolo e per tutto quello seguente inizia, ovunque, il loro rinnovamento. Fortissime personalità di riformatori come S. Caterina da Siena e S. Bernardino da Siena crearono il cosiddetto “movimento della regolare osservanza”. La lotta fu tremenda e non certo indolore. Secolari ordini si divisero in due o più rami. L’unico che rimase sempre sotto lo stesso maestro generale fu l’ordine dei Frati Predicatori o Domenicani. Si costituirono comunità o si fondarono ex-novo conventi di “regolare osservanza”, dove confluivano coloro che volevano osservare la Regola senza dispense o sconti mitigatori. In Lombardia la base dei riformati fu l’ex-abbazia benedettina di S. Apollinare a Pavia, che era divenuta commenda del card. Branda Castiglioni, famoso umanista, molto noto per il suo mecenatismo a Castiglione Olona (Varese). Il Castiglioni la fece donare (1423) da papa Eugenio IV a un piccolo numero di Domenicani di regolare osservanza. S. Apollinare non solo superò in fretta per numero e qualità di frati il primo convento pavese di S. Tommaso vecchio di due secoli, ma diventò centro propulsore per la riforma di tanti conventi in alta Italia e la fondazione di nuovi. Fra le numerose vocazioni si distinguevano quelle che venivano da Milano e che ben presto presero l’iniziativa di fondare là un nuovo convento, visto che quello di S. Eustorgio non sentiva il richiamo della regolare osservanza.

Gaspare Vimercati

È a questo punto che entra in scena il conte Gaspare Vimercati, comandante dell’esercito ducale, che aveva il suo quartier generale ai margini occidentali del parco ducale, poco distante dalla prima sede scelta dai Domenicani pavesi, ma ben presto inadeguata per le loro necessità. Interpellato, il Vimercati nel 1460 donò un suo terreno a porta Vercellina, attorno all’oratorio di famiglia ove si era appena fatto effigiare con moglie e figli sotto il manto della Madonna (Immagine 1), diventando così il primo benefattore e il vero fondatore del nuovo tempio. Da quella cappella e da quell’immagine, dedicate alla “Madonna delle Grazie”, ebbe quindi origine il primo santuario mariano in città. Guidati da fra Domenico da Catalogna, noto riformatore, fondatore dell’Ospedale di S. Matteo a Pavia, giunsero l’11 giugno 1463 i primi sette frati “...in locum ad Deo serviendum satis idoneum in suburbio porte Vercelline... “. Il conte Gaspare alloggiò i primi sette frati in un edificio quadrato con portici in legno, dove erano i magazzini e l’infermeria dei soldati. I frati conservarono sempre gelosamente quel “chiostrino dell’infermeria” prima loro residenza, rifacendone però i portici in pietra, finché il tutto venne demolito nell’Ottocento.

L’edificazione

Il 27 agosto 1463 presso l’arcivescovo Stefano Nardini le autorità e i frati firmarono l’atto di donazione (Immagine 2), il mese successivo lo stesso are. Nardini poneva le “petras fundamentales” della nuova chiesa. La cappella della Madonna delle Grazie fece da perno a un vasto complesso monastico. Il 10 maggio 1465 i frati, che avevano dedicato il luogo al loro fondatore S. Domenico, lo mutano “...sub nomine Sancte Marie ad Gratias... “, ma più semplicemente sarà chiamato “le Grazie” per la popolarità del santuario presso i Milanesi. L’edificio sorse su progetto di Guiniforte Solari partire dal 1466. Il 2 maggio 1469, essendo il convento “pro maxima parte erectus”, venne nominato primo priore fra Francesco da Milano, uno dei primi sette. Uomo “mansuetus et humilis”, che pratico pensò subito al coro e alla biblioteca, i due luoghi principali per una comunità domenicana. Nel 1482, finita la chiesa, si procedé alla decorazione (Immagine 3/4/5). Nel 1490 venne posta all’altare maggiore la pala, ora perduta, di Butinone, mentre Marchesino Stanga, uno dei segretari di Ludovico il Moro, regalava un grande organo: a questo punto la chiesa solariana poteva dirsi completata.

Il Moro e i Domenicani

Il Moro (Immagine 6) aveva molta stima dei frati per la loro santità, dottrina, onorano Dio con grande devozione nella celebrazione della Messa, nella recita dei divini uffici... nelle continue preghiere, perciò dice che si reca spesso e volentieri in «illum sanctissimum locum» per godere della loro compagnia e conversazione, in particolare era amico del priore Vincenzo Bandello.

Ludovico Il Moro

Con la presenza del Moro comincia il secondo momento determinante delle Grazie. Egli sogna di diventare un principe del Rinascimento e di fare delle Grazie la più bella chiesa di Milano, nonché il mausoleo della sua famiglia. Il 29 marzo 1492 l’arcivescovo Guid’Antonio Arcimboldi pone la prima pietra per la tribuna, chiamando per le edificazioni e decorazioni artisti come Bramante e Leonardo. Tra il 1492 e il 1495 circa Donato Bramante partecipò alla ricostruzione della tribuna di Santa Maria delle Grazie a Milano (Immagine 7): nonostante l’entità del suo apporto non sia provata con certezza, pare sicuro che il grande architetto fornì alcuni disegni e suggerì l’impostazione generale della struttura e della decorazione. Alla testa delle navate della chiesa a impianto basilicale Bramante fece innestare un corpo di fabbrica a base cubica, absidato sui due lati settentrionale e meridionale e prolungato sul terzo lato con il profondo presbiterio anch’esso absidato. Un importante tiburio a 16 lati corona la costruzione (Immagine 8). La varietà stilistica del rivestimento esterno, che alterna soluzioni costruttive e decorative lombarde e ancora di derivazione romanica (largo uso del cotto, tetti poggianti direttamente sul perimetro murario) con elementi attinti alla tradizione classica e già reinterpretati in chiave rinascimentale (ordini sovrapposti, loggette, trabeazioni, moduli quadrangolari) giustifica in parte le incertezze circa la paternità bramantesca del progetto finale. (Immagine 9/10)
All’inizio del 1497 alla corte ducale muore la giovane moglie del Moro, Beatrice d’Este, dando alla luce il terzogenito già morto. Il duca distrutto dal dolore la fece porre “in una cassa di piombo riserrata in una di tavole, ambe rinchiuse in una gran cassa coperta di velluto nero con ornamenti e contorni dorati e riposta in luogo eminente cioè nel fine del coro sopra due mensole in similitudine di due leoni”. Farà intanto iniziare la grande tomba monumento, attualmente alla Certosa di Pavia, da Giovanni della Porta, conclusa poi da Cristoforo Solari (Immagine 11). Gli avvenimenti politico-militari precipitano: il duca è fatto prigioniero dai Francesi il 10 aprile 1500.


L’Inquisizione

Nel 1558 il padre Michele Ghisleri, futuro papa Pio V, fece trasferire il tribunale dell’Inquisizione da S.Eustorgio alle Grazie. Questo sarà abolito circa due secoli dopo da Maria Teresa d’Austria. Nel 1600 il complesso monastico fu ingrandito proprio a motivo dell’Inquisizione e la chiesa decorata con stucchi e pitture barocche. Nel 1700 notiamo i primi sintomi della decadenza: i religiosi diminuiscono di numero fino a essere cacciati con la soppressione dell’ordine nel 1799. Francesi e Austriaci trasformano il monastero in caserma. (Immagine 12/13)

L’Ottocento e il Novecento

Solo a partire dalla fine dell’Ottocento iniziano il recupero e il restauro dell’articolato complesso. La chiesa viene liberata dalle casupole addossate e si procede al consolidamento statico dell’edificio. I militari si ritirano dal convento permettendone il restauro. Nel 1904 il card. Andrea Ferrari richiama i Domenicani, che entreranno ufficialmente solo nel 1911.

Le distruzioni belliche

Nella notte fra il 15 e il 16 agosto 1943 una bomba cadde al centro del chiostro (Immagine 14), ma fortunatamente tribuna e “Cenacolo” rimasero indenni. Il dopoguerra, giungendo fino ai nostri giorni, è stato caratterizzato dall’opera di restauro, in particolare del “Cenacolo” leonardesco. Tra il 1945 e il 1948 fu restaurato l’intero complesso, mentre negli anni Cinquanta venne completata la ricostruzione del convento. Qualche anno più tardi (1950-66) fu restaurata l’architettura della sagrestia nuova e furono sistemati i quadri che erano nel convento prima della guerra. Nel periodo 1978-84 si procedette al totale restauro conservativo dell’esterno della tribuna bramantesca, dal cupolino alle fondamenta completamente rifatte, e del lato destro della facciata solariana. Nel 1981-82 si pervenne allo splendido restauro e recupero degli elementi originali della sagrestia vecchia. Gli anni Ottanta vedono altri decisivi interventi: il chiostro del Bramante, la cupola, la cappella della Madonna delle Grazie e da ultimo (1986-91) il coro ligneo.

 

 

 

L’Oratorio dei Buonomini a Firenze

Autore: Roda, Anna  Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it
martedì 2 agosto 2016

La Carità non ha tempo
Nella Firenze del 1300-1400, l’operosità dei mercanti rappresentava l’anima e soprattutto la forza della città; una vera e propria esplosione economica che aveva portato i notabili e ad arricchirsi a tal punto da diventare i più importanti banchieri europei, coloro che addirittura a prestare i loro fiorini d’oro a papi e re. Cosa sempre molto rischiosa, infatti il prestito di circa 1.000.000 di fiorini d’oro fatto a re Edoardo III da parte della famiglia dei Bardi e dei Cerchi per sostenere la guerra dei Cento Anni contro la Francia, non fu mai più restituito provocando il fallimento delle due famiglie. (Immagine 1)

La ConfraternitaAntonino Pierozzi (1389-1459) (Immagine 2), frate domenicano di San Marco, nonché vescovo di Firenze, ed ora protettore della città, nel 1441 fondò una confraternita di 12 uomini, come il numero degli apostoli, perché sovvenissero alle necessità di coloro che venivano rovinati economicamente o per mano d’altri, come capitava spesso all’epoca dei Medici per le esose tasse che imponevano ai cittadini, o per responsabilità propria.
Queste persone erano i cosiddetti “poveri vergognosi”, cioè coloro che, essendo stati un tempo benestanti si vergognavano della condizione di indigenza in cui erano caduti e quindi dovevano essere soccorsi con estrema discrezione.
Fra Antonino scelse i 12 Procuratori dei Poveri Vergognosi fra persone di diversa levatura sociale e dette loro una regola elementare: dovevano raccogliere da chi poteva, dare e distribuire tutto quello che ricevevano nel più assoluto segreto, trovando e assistendo quei poveri che si chiudevano nel loro silenzio, vittime della loro miseria e della loro dignità.
Ancora oggi, come un tempo, la congregazione vive con le stesse semplici regole di 570 anni fa e, affidandosi alla Provvidenza, ottiene il contributo dei fiorentini e delle persone caritatevoli. Quando le finanze dei Buonomini si esauriscono, si accende un lumicino fuori dalla cappella e da qui deriva l’espressione toscana “essere al lumicino”. Ancora oggi la totalità delle offerte che arrivano alla congregazione sono devolute in beneficienza ed i Buonomini mantengono la massima riservatezza a tutela della dignità dei bisognosi.

L’OratorioLa Cappella (Immagine 3) si trova vicino al monastero della Badia Fiorentina e si tratta di un piccolo edificio fondato probabilmente nel X secolo, chiamata San Martino al Vescovo. Sostenuta da importanti famiglie della zona come i Donati e gli Alighieri, la casa di Dante sorge infatti ad appena un isolato, è tradizionalmente il luogo indicato per il matrimonio di Gemma Donati con Dante.

Cessata la funzione parrocchiale, la chiesetta viene affidata alla compagnia assistenziale fondata dal vescovo sant’Antonino, nell’ambito del progetto di razionalizzazione degli istituti assistenziali promossa dall’arcivescovo. Fino ad allora infatti esistevano solo generici Spedali o confraternite, dal XV secolo i compiti vennero differenziati fra le strutture specializzate ed attrezzate per lo scopo specifico, come il celebre Spedale degli Innocenti, primo orfanotrofio d’Europa. (Immagine 4)
L’oratorio venne riedificato nel 1479 e i confratelli per la loro serietà suscitarono addirittura il rispetto e l’ammirazione della città, tanto da venire menzionati da papa Eugenio IV come Angeli di Firenze, mentre Savonarola, nel suo breve periodo di governo della città, fece devolvere alla compagnia la notevole cifra di 3.000 fiorini desunti dalla tassa pagata dal clero diocesano alla Repubblica. (Immagine 5)
Con il riconoscimento dell’opera di assistenza, discreta e concreta, è facile immaginare il sostegno con lasciti e donazioni di ricche famiglie cittadine, che portarono presto al bisogno di decorare degnamente la sede con una serie di affreschi illustrati.
Il semplice ingresso (Immagine 6), sovrastato da una lunetta con l’immagine di Sant’Antonino (Immagine 7), è caratterizzato dalla presenza di un tabernacolo con San Martino che fa l’elemosina ai poveri di Cosimo Ulivelli (Immagine 8) e due buche: quella dove si inseriscono le elemosine e quella dove vengono poste le richieste d’aiuto. (Immagine 9/10)

Gli affreschiGli affreschi (Immagine 11) vengono attribuiti alla bottega di Domenico Ghirlandaio, anche se studi recenti paiono indicare come più probabile, tra le tante ipotesi sollevate, il nome di Francesco d’Antonio, un miniaturista che aveva la propria bottega nel quartiere dei cartolai (addetti alla produzione e vendita di libri), situato proprio dirimpetto, attorno alla Badia. Questa attribuzione è anche suffragata dalla minuziosa resa dei dettagli di oggetti e aspetti della vita comune, tipica di chi lavorava sulle preziose pagine miniate. Un altro nome proposto è quello di Domenico di Giovanni, almeno per nove delle dieci lunette, collaboratore di Ghirlandaio.
Due delle dieci lunette raffigurano il santo titolare della cappella e patrono di chi fa la carità, San Martino che cede il mantello ad un povero e il Sogno di san Martino, emblematiche della funzione assistenziale. (Immagine 12/13)
Nelle successive Opere di misericordia si stagliano le figure dei confratelli che indossano una reste rossa con un mantello nero e un copricapo nero. (Immagine 14/15/16/17/18)
Le lunette hanno un grande interesse sociologico e storico, oltre che artistico, perché ritraggono con fedeltà la vita comune della Firenze del Quattrocento: per esempio nella prima a sinistra dopo l’ingresso è raffigurata la Visita agli infermi (Immagine 19), dove i buonomini portano un pollo ed un fiasco di vino ad una donna che ha appena partorito; la condizione di (ex) famiglia benestante è rappresentata dal mobilio e dalla presenza di una persona di servitù che prende i doni; inoltre i Buonomini offrono stoffa e filo per vestire il bambino.
Accanto vi sono due lunette raffiguranti atti notarili (Inventario e Matrimonio), influenzate sicuramente dalla vicina e potente Arte dei Giudici e Notai, che aveva la propria sede nella vicinissima via del Proconsolo. (Immagine 20/21)
Oltre agli affreschi sono presenti un busto di Sant’Antonino sull’altare (Immagine 22), attribuito al Verrocchio, una bella tavola quattrocentesca con una Madonna col Bambino attribuita alla scuola di Perugino (Immagine 23) e una elegante maiolica robbiana. (Immagine 24)
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Carlo, un pastore per la Sua Chiesa

Autore: Roda, Anna  Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it
 



Quando Carlo Borromeo (Immagine 1) giunse a Milano in qualità di arcivescovo nel 1565 aveva solo 27 anni, eppure era già cardinale da sei anni e a Roma, presso lo zio materno Pio IV, aveva ricoperto il ruolo di Segretario di Stato, funzione con cui indisse l’ultima e decisiva sessione del Concilio di Trento.
Arrivato a Milano si prodigò per diffondere i canoni di riforma del Concilio non solo con le parole, ma con la su stessa vita, in un’azione attenta, capillare, scrupolosa eppure carica di umanità e paternità per un popolo abbandonato e spesso sfruttato e manipolato dai suoi governatori. Culmine di tale carità paterna e amorevole fu la missione di Carlo in occasione della terribile peste del 1576-1577, nella quale fece fattivamente sentire la sua vicinanza ai milanesi martoriati dall’epidemia.
Sfibrato dalle fatiche pastorali si spense in preghiera nel 1584 e già nel 1610 veniva innalzato agli onori degli altari.
Proprio quest’anno cade il IV centenario della canonizzazione del Borromeo, infatti dal prossimo autunno e per tutto il 2011 la diocesi milanese organizzerà eventi e incontri per ricordare questa fondamentale figura della spiritualità ambrosiana. (Immagine 2)

San Carlo e il DuomoVogliamo portare un contributo presentando un itinerario in luoghi borromaici di Milano e fuori porta.
Non possiamo non partire dal Duomo, non solo perché in esso è sepolto Carlo, nel cosiddetto scurolo (Immagine 3), realizzato dal Richini nel 1606 per ospitare l’urna del santo (Immagine 4), in cristallo di rocca e argento, sempre seicentesca su disegno di Cerano, ma soprattutto perché la Cattedrale fu il primo luogo in cui il Borromeo mise a punto quelle riforme architettoniche che erano frutto delle novità espresse dal Concilio tridentino.
La zona più trasformata fu la zona absidale. Carlo, grazie all’aiuto dell’architetto Pellegrino Pellegrini detto il Tibaldi, con la creazione di una cappella sotterranea, provocò l’innalzamento dell’area (Immagine 5/6) del presbiterio, al centro del quale pose l’elegante tabernacolo bronzeo (Immagine 7), dono dello zio Papa. Poiché tale tabernacolo, pur essendo monumentale si perdeva nell’immensità del Duomo gotico, Carlo fece predisporre un ciborio e fece soprelevare la custodia eucaristica con quattro angeli di bronzo. Tabernacolo e ciborio sono fittamente decorati con scene dell’Antico Testamento prefiguranti il sacrificio eucaristico, con scene della vita di Gesù e con simboli eucaristici. Il presbiterio venne separato dal resto della chiesa e attorniato da un muro continuo decorato con altorilievi sulla vita di Maria (Immagine 8). Ai lati della cittadella eucaristica (centralità derivata proprio dalle polemiche eucaristiche dei protestanti) si innalzano come torri i due pulpiti (sottolineatura dell’importanza della Chiesa e dei pastori quali mediatori tra la Parola e i fedeli ed educatori alla vita cristiana): dedicati all’Antico e al Nuovo Testamento con decorazioni che richiamo sempre il Pane e la Parola di Dio. (Immagine 9/10/11)I capicroce furono chiusi e in essi posti due altari: uno dedicato alla Madonna dell’Albero (Immagine 12), l’altro dedicato al vescovo milanese Giovanni Bono (Immagine 13), entrambi portati a compimento dopo la morte di Carlo; così furono realizzati anche numerosi altari laterali per facilitare la quotidiana celebrazione eucaristica dei canonici della cattedrale. (Immagine 14)
Ultimo realizzazione fu il Battistero, ora purtroppo non più nell’originaria posizione, cioè al centro della navata centrale. (Immagine 15/16/17)

San Carlo e la pesteGià abbiamo detto della peste e dell’opera svolta da Carlo in essa, tanto da essere chiamata “la peste di san Carlo” (Immagine 18). Alla fine della pestilenza il popolo milanese si rivolse a Carlo per chiedere come ringraziare Dio per la cessazione del morbo. Carlo suggerì quale ex-voto l’erezione di un chiesa da dedicare a san Sebastiano (Immagine 19). Il posto individuato era poco distante dal Duomo ed era sul luogo di una chiesetta dedicata a San Tranquillino nella quale c’era un altare dedicato a San Sebastiano, a cui il popolo accorreva in caso di epidemie. Iniziato nel 1577 a pianta centrale su disegno del Tibaldi, fu completato con alcune modifiche attorno al 1630, in occasione di un’altra peste, quella cosiddetta manzoniana. (Immagine 20/21)
Sempre legata alla peste è la chiesetta di San Carlo al lazzaretto, erede dell’altare coperto posto al centro del vasto quadrilatero quattrocentesco del Lazzaretto (Immagine 22), dove veniva celebrata la messa per i degenti; la posizione era stata scelta in modo da permettere ai malati, ospitati sotto i portici o in piccole stanzette, di assistere alla messa senza spostarsi dai loro ricoveri. Il tempio “aperto” (e chiuso con murature solo tra Sette-Ottocento) fu iniziato nel 1585 e concluso solo nel 1591. (Immagine 23)
Durante la pestilenza, per chi non era ricoverato al lazzaretto, ma doveva rimanere in casa per precauzione o convalescenza e anche per evitare assembramenti pericolosi nelle chiese, Carlo ideò degli altari mobili ai crocicchi delle strade, chiamati “crocette”(Immagine 24/25). Alla fine del contagio egli chiese che al loro posto venissero issate delle colonne a memoria perenne di quanti i milanesi avevano sofferto. (Immagine 26/27)

San Carlo e la missioneRendendosi conto della grande quantità di lavoro da svolgere tra il popolo e della inadeguata preparazione del clero ambrosiano, Carlo chiamò in suo aiuto alcuni dei nuovi ordini religiosi, nati proprio nel clima di riforma di quegli anni. In particolare a Milano arrivarono i Gesuiti i Barnabiti, che diedero un grande supporto all’azione riformatrice del Borromeo, il quale provvide ad ognuno una adeguata sistemazione.
Chiamati nel 1563 per occuparsi del nascente seminario, dopo una precaria sistemazione, furono trasferiti nell’area di Santa Maria in Solariolo, poi abbattuta per fare posto all’odierna San Fedele. Progettista fu Pellegrino Tibaldi, sotto la cui direzione fu innalzata la grande aula unica, meglio adatta alla predicazione e il primo ordine caratterizzato da gigantesche colonne. La costruzione venne ultimata da Richino e da altri dopo di lui nel 1658. (Immagine 28/29)
Nel 1545 la parrocchia di San Barnaba fu affidata ai Chierici Regolari di San Paolo, poi detti Barnabiti proprio dal nome della loro chiesa. Carlo al suo arrivo li aiutò e li seguì con paterna attenzione, tanto da essere considerato il secondo fondatore della congregazione. La nuova chiesa venne affidata in un primo tempo a padre Morigia, poi fu chiamato l’Alessi che la completò attorno al 1576.(Immagine 30) L’interno della chiesa è semplice, ad aula unica, con preziosi altari cinque-seicenteschi, tra cui spicca quello delle Reliquie, dopo del Borromeo. (Immagine 31)
Da ultimo presentiamo la chiesa di San Paolo Converso, ora sala d’aste, costruita per volere di Paola Ludovica Torelli, amica e seguace di sant’Antonio Maria Zaccaria, fondatore dei Barnabiti. La Torelli nel 1536 aveva fondato l’ordine delle Angeliche e per la nascente comunità aveva voluto una chiesa e un monastero, appunto San Paolo Converso, realizzato tra il 1549 e il 1551. Alla splendida facciata (Immagine 32/33), che ricorda la facciata sia di Sant’Angelo che di San Barnaba, si accompagna un interno a navata unica divisa in due ambienti con chiesa claustrale e aula pubblica decorate con ricche decorazioni dei fratelli Campi. (Immagine 34)

I Borromeo a Milano e sul lago Maggiore Il nostro itinerario non può non ricordare alcuni luoghi laici legati al Borromeo e alla sua famiglia.
A Milano esiste ancora Piazza Borromeo (Immagine 35/36), centro del quartiere occupato dalla potente famiglia, con la chiesetta di Santa Maria Podone davanti alla quale si trova la statua di San Carlo del Bussola (XVII sec) (Immagine 37/38). L’antico Palazzo Borromeo (Immagine 39) fu gravemente danneggiato dai bombardamenti dell’ultimo conflitto e infatti la sua antica facciata in cotto fu completamente rifatta dal Reggiori; integro è invece è un corpo di fabbrica del secondo cortile (Immagine 40), che riporta ancora decorazioni quattrocentesche, mentre in un interno al primo piano troviamo gli splendidi affreschi detti appunto “Giochi Borromeo” (prima metà XV sec.) (Immagine 41)
Eccoci allora ad Arona (Immagine 42). San Carlo Borromeo, nacque nella Rocca di Arona nel 1538. La Rocca Borromea di Arona è una costruzione a scopo difensivo affacciata sul Lago Maggiore. Assieme alla gemella Rocca Borromea di Angera era uno dei principali punti di controllo strategici del Lago Maggiore in epoca antica. La fortezza costruita in territorio piemontese, nel comune di Arona, venne fondata in un periodo di poco precedente all’anno mille sotto il controllo dei Longobardi. Adibita unicamente a scopo difensivo, nei secoli successivi passò tra proprietà vescovili fino a ricoprire il ruolo di semplice rifugio attorno al XI e XII secolo. Dopo aver subito una completa distruzione a mano della casata dei Della Torre ritornò possedimento dei Visconti nel 1227. Due secoli dopo, precisamente nel 1439, la costruzione cambiò di nuovo proprietario insieme all’intero Comune e il Castello di Arona, quando Filippo Maria Visconti la cedette come feudo a Vitaliano Borromeo. Per ben quattro secoli la Rocca rimase in mano alla Famiglia Borromeo, dando addirittura i natali a Carlo Borromeo nel 1538. La storia della Rocca di Arona si chiude nel 1800 quando l’esercito Napoleonico ricevette l’ordine di distruggere alcune fortificazioni occupate dagli Austriaci. Da quel momento della Rocca di Arona rimangono solo alcuni resti. Da alcuni anni, però, il parco non è accessibile.
Sempre ad Arona, a coronamento del locale Sacromonte fu eretto il Colosso di San Carlo Borromeo (Immagine 43/44) (detto il Sancarlone o, nel dialetto locale el Sancarlùn), è una statua di dimensioni enormi. Su volontà del cugino Federico, arcivescovo di Milano e suo successore, iniziarono i lavori per la costruzione di un Sacro Monte che ne celebrasse la memoria. Federico Borromeo insieme a Marco Aurelio Grattarola, supervisore dei lavori del Sacro Monte, vollero anche costruire un’enorme statua visibile dal lago Maggiore. Il disegno fu di Giovanni Battista Crespi, detto il Cerano e la statua fu realizzata con lastre di rame battute a martello e riunite utilizzando chiodi e tiranti in ferro. Gli scultori che la realizzarono furono Siro Zanella di Pavia e Bernardo Falconi di Bissone. L’opera fu conclusa nel 1698 e il 19 maggio dello stesso anno il cardinale Federico Caccia, arcivescovo di Milano, diede la solenne benedizione al monumento. Il piedistallo di granito è alto 11,70 metri, mentre la statua misura 23,4 metri in altezza, quindi nel complesso il monumento misura 35,1 metri (equivalente all’altezza di un palazzo di 10 piani). Il braccio destro benedicente della statua è in realtà una complessa struttura metallica di tipo semi-elastico: venne così concepita per resistere ai forti venti che spesso nella brutta stagione battono la zona. La statua è aperta al pubblico, che può salire tramite una scala dapprima a chiocciola e poi a pioli, arrivando all’interno della testa di San Carlo. Un’altra statua di San Carlo si trova sulla riva opposta del lago ed è detta anch’essa “il Carlone”: lungo la strada che da Due Cossani, frazione di Dumenza, porta a Curiglia, celata dietro una curva e coperta dalle frasche degli alberi, la statua dà le spalle alla strada.
Altro luogo custode delle memorie di Carlo sono le Isole Borromee. Nel punto più ampio del Golfo Borromeo si leva dalle acque la più grande delle isole del Verbano: l’Isola Madre (Immagine 45). Anticamente nominata Isola di San Vittore per la presenza di una cappella dedicata al Santo, è stata probabilmente la prima ad essere abitata. I primi lavori di trasformazione in luogo di residenza privata, furono realizzati dal Conte Lancillotto Borromeo agli inizi del secolo XVI. L’Isola vive negli ultimi decenni del ‘500 un periodo di vivace attività edificatoria con Renato I Borromeo (allora ribattezzata Renata), ad opera di importanti architetti quali Pellegrino Tibaldi, il Crivelli e Filippo Cagnola. Alla fine del secolo XVIII il luogo aveva assunto l’aspetto che sostanzialmente conserva ancora oggi. L’ultima grande opera architettonica intrapresa fu la Cappella di famiglia, voluta a partire dal 1858 da Vitaliano IX ad opera dell’architetto Defendente Vannini.
Troviamo poi l’Isola Bella (Immagine 46) che fino a circa il 1630 (allora chiamata Inferiore per opposizione all’Isola Superiore, oggi detta dei Pescatori), era costituita essenzialmente da un lembo di terra e roccia abitata da pescatori. Le prime opere edilizie furono avviate da Giulio Cesare Borromeo (1593-1638), ma ad una vera e propria campagna di acquisizioni si dedicò Carlo III (1586-1652) che diede il via ai primi interventi concreti e volle chiamarla Isabella in onore della moglie Isabella D’Adda. I veri artefici della trasformazione dell’isola furono i figli, il Cardinale Giberto III (1615-1672), e in particolare Vitaliano VI (1620-1690), che migliorarono e innovarono il primitivo progetto del padre. Palazzo e giardini vennero concepiti come un’unica entità di grande impatto scenografico: l’isola prese la forma di un immaginario vascello con la villa edificata nella parte più stretta a settentrione (ponte di prua) e il giardino nella parte più ampia della zona meridionale (ponte di poppa). Nella realizzazione di questa visione si succedono, dalla metà del Seicento fino a metà Ottocento, importanti architetti come Giovanni Angelo Crivelli, Filippo Gagnola, Carlo Fontana e, più in qua nei secoli, Giulio Galliori, Cosimo Morelli, Giuseppe Zanoia, Luigi Canonica. Dopo secoli di lavoro il Principe Vitaliano X Borromeo Arese (1892-1982) terminerà il Palazzo con la costruzione del Salone Grande (1948-1952), della facciata settentrionale e del grande molo all’estremità superiore dell’isola (1948-1958).
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I Sacri Monti

Autore: Roda, Anna
Fonte: CulturaCattolica.it
domenica 1 agosto 2004

Dagli inizi del Cristianesimo era viva la tradizione di riproporre la topografia di Gerusalemme e dei luoghi santi legati alla vita di Gesù. I Sacri Monti ne sono un esempio. Vi suggeriamo un percorso per riscoprirli.
È recente la valorizzazione artistica dei Sacri Monti; come per i Compianti quattrocenteschi in terracotta, anche sul complesso dei Sacri Monti pesava il giudizio della critica classicista che li riteneva un esempio di arte locale e popolare, nata da esigenze particolari e devozionali.
Fin dai primi tempi del cristianesimo era vivo nella cultura occidentale la tradizione «topomimetica», cioè riproporre la topografia di Gerusalemme e dei luoghi legati alla vita di Gesù (si pensi ad esempio alla grande diffusione nel medioevo di chiese a pianta centrale ad imitazione del Santo Sepolcro).
Ciò ebbe un notevole incremento dopo la battaglia di Lepanto (1571) quando svanisce definitivamente la possibilità di riconquistare Gerusalemme. Per necessità il pio esercizio del pellegrinaggio diventa una dimensione «interiore» che sfocerà negli Esercizi Spirituali di sant'Ignazio di Loyola.
Si possono individuare due momenti nella genesi dei Sacri Monti, situati soprattutto nell'arco alpino lombardo-piemontese: un primo momento legato alle iniziative e alla spiritualità dei francescani (come già evidenziato per i Compianti) e un secondo di ripresa in coincidenza con la riforma cattolica.

I Sacri monti di Varallo e VareseIl più antico e più completo è il Sacro Monte di Varallo (Novara), nato per volontà del beato Bernardino Caimi, nato a Milano da ricca famiglia alla metà del XV secolo, entrato giovanissimo nei minori osservanti. Venne mandato presto a Gerusalemme come Vicario generale, di ritorno in Italia ricoprì la carica di priore di Sant'Angelo a Milano e poi divenne Vicario di tutta la provincia lombarda del suo ordine.
Il Caimi aveva un pensiero fisso: importare in occidente Gerusalemme, e per questo cercò in un'area dell'alta Italia, il novarese, un luogo, un monte attorno al quale ricostruire, dettaglio per dettaglio, i luoghi della vita di Gesù. Questo desiderio gli veniva dalla cultura dell'ordine a cui apparteneva e per il quale era impensabile che la fede potesse sopravvivere senza fare i conti con i luoghi originari della sua esperienza religiosa. La potenza contenuta nei segni e nei luoghi non era cosa di cui si potesse fare a meno; bisognava restituirla ai credenti. Un altro avvenimento fu determinante: nel 1478 i Turchi avevano fatto strage ad Otranto e imperversavano nel Mediterraneo, rendendo impossibile i pellegrinaggi in Terrasanta. Così papa Innocenzo VIII autorizzò nel 1486 i francescani a raccogliere offerte per l'impresa che il Caimi stava iniziando: ricostruire Gerusalemme a Varallo. Nel 1493 ebbe inizio il Sacro Monte a partire da due nuclei: la grotta dell'Annunciazione con la cappella della Natività e il Santo Sepolcro, riprodotto con precisione filologica. Nel 1499 alla morte del Caimi erano state realizzate una ventina tra cappelle ed edicole sparse per i boschi di Varallo.
Il geniale continuatore dell'opera del Caimi, colui che ne comprese lo spirito e ne ereditò l'entusiasmo, fu Gaudenzio Ferrari (1475/80-1546), che nel 1517 riprese i lavori a partire dalla cappella della Crocefissione, capolavoro assoluto dove pittura, scultura ed architettura si compenetrano in modo armonioso ed efficace.
Gaudenzio pose mano alle cappelle realizzate dal Caimi, portandole a perfezione: la cappella dei Re Magi (V), quella della Natività (VI), l'Ultima Cena (XX), la Pietà (XL). (Figure 1 e 2)
Per Gaudenzio l'episodio sacro non è un fatto archeologico, né di pura riflessione intellettuale o formale; esso è un fatto vivente che deve rivivere negli occhi e nell'animo del pellegrino che vi si accosta; proprio per questo le statue sono a grandezza d'uomo e, in un primo tempo, rivestite da veri abiti.
Se il Caimi è stato l'ispiratore del Sacro Monte e il Ferrari l'ideatore artistico, san Carlo ne fu il mecenate. Quando nel 1578 egli lo visitò ne rimase ammirato e si adoperò perché crescesse e fosse conosciuto. Infatti san Carlo non solo apprezzava l'intento topografico-imitativo dell'originale progetto, ma ne intravedeva anche l'aspetto didattico-catechetico. Il percorso attraverso le cappelle, con la loro forte carica emotiva, coinvolgeva il pellegrino, lo piegava alla "com-passione" ottenendo un rafforzamento della fede minacciata dalle dottrine protestanti, precisando nel fedele le verità del cattolicesimo fino ad invitarlo alla sequela Christi.Ecco allora che sotto il governo dei due Borromeo, quando vescovo di Novara era Giovanni Bascapè, biografo di san Carlo, si amplia il progetto del Sacro Monte, cambiando anche le modalità espressive e organizzative originarie delle cappelle (ora munite di grate che separano i visitatori dalle statue, con un punto d'osservazione obbligato che concentra la tensione drammatica). Il complesso si articola in due piazze, dando molto spazio alla Passione-Morte di Gesù; infatti sulla piazza dei Tribunali si affacciano i palazzi in cui sono situate le scene del giudizio di Gesù (Pilato, Erode, Caifa) e della via Crucis. Sono le cappelle in cui si respira un'atmosfera tesa e fortemente drammatica, con effetti teatrali di forte impatto emotivo, nelle quali lavorano i più noti artisti lombardi del tempo, molti dei quali attivi a Milano per le celebrazioni di san Carlo: i pittori Morazzone e Tanzio da Varallo, i plasticatori fiamminghi Tabacchetti e il Prestinari.
Ideato e completato nell'arco del Seicento è invece l'altro complesso unitario e dalla fisionomia ben definita, il Sacro Monte di Varese. Per rendere più agevole la salita al monastero e al santuario mariano che sorge sulla sommità del monte di Velate, alla fine del XVI secolo, si pensò di aprire una via più comoda per i pellegrini. Accanto alla nuova strada si sarebbe voluto erigere qualche cappella per aiutare la preghiera di chi saliva. Il cappellano del monastero, il cappuccino padre Aguggiari, anche con il consenso e il patrocinio dello stesso Federico Borromeo, diede avvio al grande progetto coinvolgendo l'architetto varesino Giuseppe Bernasconi. Il percorso, che si snoda su per il monte, comprende quattordici cappelle (sono ben 43 quelle di Varallo!) nelle quali sono rappresentati i misteri del Rosario: Misteri gaudiosi, dolorosi e da ultimo gloriosi, costituendo il santuario stesso l'ultima cappella.
Tra gli artisti più noti menzioniamo i già citati Morazzone, Prestinari, ai quali si aggiungono una serie numerosa di artisti lombardi quali i plasticatori Dionigi Bussola e Francesco Silva e i pittori Recchi e Legnani.

I Sacri Monti meno conosciutiArea piemonteseTutti gli altri Sacri Monti sono ancor oggi poco noti, ma meritano comunque attenzione, in attesa di una maggiore valorizzazione.
In area piemontesi si trovano: Orta, Oropa, Crea, Domodossola, Arona, Valperga Canavese.
Il Sacro Monte di Orta nasce per volontà popolare; infatti posta la prima pietra del convento dei francescani cappuccini nel 1590, l'anno successivo si mise mano alla serie di cappelle che dovevano mostrare la vita di san Francesco. A dirigere i lavori fu chiamato padre Cleto da Castelletto Ticino, già allievo del Pellegrini. Le cappelle, 20, sorgono in un bellissimo bosco dal quale si ammira il panorama del lago d'Orta; la vita di san Francesco, dalla nascita fino alla morte e ai miracoli, è presentata in chiave controriformistica e a gloria della Chiesa. Vi lavorarono valenti artisti: i pittori Morazzone, Nuvolone e Procaccini e i plasticatori Bussola e Prestinari.
Situata a 1180 metri nelle prealpi biellesi, Oropa è un centro religioso molto vivace, tanto che la notorietà del suo santuario ha sempre messo in secondo piano il Sacro Monte.
Attorno al 1620 un francescano, padre Fedele di San Germano, che serviva nel santuario, promosse la costruzione di 19 cappelle aventi per tema la vita della beata Vergine Maria.
Le cappelle del Sacro Monte di Oropa sorsero tutte nell'arco di un secolo, con i proventi delle offerte che man mano giungevano; si possono dividere in due gruppi: dodici dedicate alla vita della Madonna, lungo la costiera a occidente del santuario e sette, dedicate a diversi santi, sparse nei dintorni.
Il Sacro Monte di Crea fu iniziato verso il 1590, accanto ad un santuario dedicato a Maria di antichissima origine. Furono i Canonici lateranensi ad adoperarsi perché si ripetesse l'esperienza di Varallo e Orta, creando un percorso che illustrasse i Misteri del Rosario. Il progetto iniziale subì diverse trasformazioni, fino ad arrivare alle attuali 23 cappelle e 5 romitori che, partendo dal santuario, offrono uno spunto di meditazione e riflessione per i pellegrini.
I romitori sono una caratteristica propria di Crea: si tratta di tabernacoli con nicchia dedicati ai santi. Tra gli artisti più noti menzioniamo Giovanni Tabacchetti, che qui fu anche architetto, tra i pittori i fratelli Fiammenghini e il Moncalvo. La più suggestiva tra tutte è l'ultima cappella detta del Paradiso: contiene numerosissime statue con un particolare effetto scenografico.
Promotori del Sacro Monte di Domodossola furono ancora una volta i frati cappuccini. Nel 1656 due frati, Gioacchino di Cassano e Andrea da Rho, durante un quaresimale tenuto nella collegiata di Domodossola, cercarono di entusiasmare i fedeli per il progetto di un Sacro Monte del Calvario. Il popolo, il clero e i notabili della cittadina si entusiasmarono all'idea e nell'estate dello stesso anno erano già state piantate le 14 croci presso le quali sarebbero state innalzate le cappelle nelle quali si volevano illustrare i misteri della Passione, completati da un santuario dedicato al crocifisso. Nel 1659 il santuario, alla cui costruzione presiedeva il maestro Tommaso Lazzaro di Val d'Intelvi era così a buon punto da poter essere aperto al culto, mentre le cappelle furono realizzate con maggior lentezza.
Grande impulso al complesso fu dato da Rosmini, che si stabilì quassù per dare vita all'Istituto della Carità.
Ad Arona, poco distante da Domodossola, luogo di nascita di san Carlo, fu costruito nel 1614, ad opera del cugino Federico Borromeo, un Sacro Monte che, in 15 tappe racconta la vita del santo vescovo milanese. Il progetto non fu portato a termine; ora rimangono solo la chiesa del Richini, il Seminario, e la colossale statua di san Carlo (detto "San Carlone"), alta 23 m, visibile da tutto il lago, simbolo della "statura" morale e religiosa di uno più importanti riformatori del periodo tridentino.
Da ultimo segnaliamo il Sacro Monte di Belmonte a Valperga Canavese. Presso l'antichissimo santuario mariano fu costruito nel Settecento (1712) un Sacro Monte dedicato alla Passione di Cristo in 13 cappelle. Il luogo è particolarmente suggestivo, ma purtroppo non tutte le cappelle conservano i gruppi statuari e gli affreschi originari.

Area lombardaQuasi a corona difensiva della pianura padana dalle dottrine protestanti, anche in Lombardia troviamo alcuni Sacri Monti: Ossuccio e Cerveno.
Fin dai tempi antichi la pietà popolare ha venerato la statua marmorea della Madonna con il Bambino ritrovata nei sulla montagna prospiciente Ossuccio, un paese del lago di Como. Attorno al 1635, ma non è chiaro il motivo, venne iniziata la costruzione di un Sacro Monte di 14 tempietti, con gruppi raffiguranti i misteri del Rosario, che doveva accompagnare la salita al santuario della Madonna del Soccorso. Ad Ossuccio la fusione tra ambiente naturale e soluzioni architettoniche è tra le più felici che si siano realizzate in opere analoghe. La progettazione generale pare debba attribuirsi al plasticatore Agostino Silva da Morbio (1620-1706), il cui padre aveva partecipato alla fabbrica del Sacro Monte di Varese, ma il complesso si concluse, con esiti artistici molto diversi, verso la fine del XVII secolo.
Nella panoramica dei Sacri Monti, la Via Crucis di Cerveno rappresenta un caso anomalo. Il Sacro Monte, in genere, consta di un percorso pellegrinante, attraverso tappe e cappelle, che si snoda lungo le pendici di un monte, un movimento ascensionale che invita alla personale ascesi e conversione di chi lo intraprende.
Quello di Cerveno si discosta per diversi motivi: si trova in Valcamonica, zona appartata all'epoca della costruzione della Via Crucis, non meta significativa di pellegrinaggi; il complesso è tutto al chiuso: lungo una Scala si aprono cappelle con i momenti della Passione e da ultimo il materiale usato è il legno e non la terracotta.
Nel 1750 il parroco di Cerveno, don Giovanni Gualeni, dette avvio alla Fabbrica della Via Crucis. Il lavoro, in un primo tempo affidato al Fantoni, fu poi dato al meno noto Beniamino Simoni. Ciò che colpisce è il crudo realismo dei personaggi, quasi Simoni avesse preso a modelli i contadini e i montanari di quella valle aspra ed isolata, in un estremo tentativo di immedesimazione e contemporaneità dell'evento sacro. Giovanni Testori scrisse pagine memorabili su quest'ora, ancor oggi interessanti per le osservazioni critiche e l'afflato poetico di cui sono pervase.
Il Simoni, per dissapori con il parroco, non portò a compimento l'opera, conclusa poi dai Fantoni; egli lavorò alle cappelle I, II, III, V, VI, X, XI, XII, XIII.

Figura 1

Figura 2

Figura 3

Figura 4

Figura 5

Figura 6

Figura 7
 

 

Crocifisso e laicità

Fonte: CulturaCattolica.it
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sabato 19 marzo 2011


E’ sentenza definitiva. Il crocifisso può rimanere, come simbolo religioso, nelle aule delle scuole pubbliche italiane. La sua presenza non lede il diritto dei genitori di vedersi garantita “un’istruzione compatibile con le loro convinzioni religiose e filosofiche”, secondo quanto recita l’art. 2 del protocollo 1 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.
Così ha statuito la “Grande Chambre”, il giudice d’appello della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, dopo che lo Stato Italiano aveva fatto ricorso contro una decisione della medesima Corte, che aveva deciso invece che “la presenza del crocifisso può facilmente essere interpretata da alunni di tutte le età come un simbolo religioso… e ciò può turbare sentimentalmente (peut etre perturbant emotionnellement) alunni di altre religioni o chi non professa alcuna religione”.

La questione risale addirittura all’anno scolastico 2001-2002, quando la mamma di due alunni di una scuola di Abano Terme chiese la rimozione di simboli religiosi, e del crocifisso in particolare, dalle aule scolastiche. Il Consiglio d’Istituto si pronunciò per mantenerlo e il Ministro dell’istruzione adottò una direttiva secondo cui i dirigenti scolastici dovevano garantire la presenza del crocifisso a scuola. Il TAR – investito della questione – rigettò il ricorso della ricorrente, sostenendo che il crocifisso non configgeva con il principio di laicità dello Stato, in quanto faceva ormai “parte del patrimonio giuridico europeo” e si trattava di un “simbolo storico-culturale, dotato di una valenza identitaria” per il popolo italiano. La sentenza è stata confermata dal Consiglio di Stato.

Nel 2006 veniva quindi introdotto il ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, conclusosi con la pronuncia di ieri.
In un primo tempo, la seconda sezione della Corte (componente italiano Vladimiro Zagrebelsky) ha ritenuto, all’unanimità, che il crocifisso fosse incompatibile con l’obbligo dello Stato di rispettare, nell’esercizio delle proprie funzioni in materia di educazione e di insegnamento, il diritto dei genitori di garantire ai propri figli un’educazione e un insegnamento conformi alle loro convinzioni religiose e filosofiche. La Corte aveva reputato violato l’art. 9 CEDU sulla libertà religiosa, in combinato disposto con l’art. 2 del Protocollo 1 della CEDU, sul diritto all’istruzione, sostenendo che “il rispetto delle convinzioni dei genitori in materia d’educazione deve tener conto del rispetto delle convinzioni degli altri genitori. Lo Stato è tenuto alla neutralità confessionale nell’ambito dell’educazione pubblica… la quale deve cercare di inculcare agli alunni un pensiero critico (inculquer aux élèves une pensée critique)”.

Si era già commentato, anche da queste pagine (La nuova religione: il nulla appeso al posto del crocifisso; I diritti umani capovolti), la pericolosità di detta posizione, in quanto la semplice presenza del crocifisso non vieta mica a nessuno di professare ed esercitare liberamente la propria fede (secondo quanto garantito dall’art. 19 Cost.). Né impone a chicchessia l’esercizio di una determinata fede, credenza o convinzione (secondo il contenuto negativo di detto diritto di libertà). Non si può certo sostenere che il solo fatto di vedere quel simbolo religioso appeso ad una parete obblighi qualcuno ad essere cristiano!

Allora, forse, la decisione della Corte in primo grado, nascondeva un diverso obiettivo (in diritto si parla di eterogenesi dei fini): non quello di tutelare la libertà di religione o la laicità dello Stato, quanto invece la pretesa di disconoscere – per tutti, a livello pubblico – il valore del cristianesimo, sostituendo ad esso la pretesa di una suprema neutralità statale, intesa come indifferenza, agnosticismo, pulizia religiosa, eliminazione di tutte le sovrastrutture di marxiana memoria (religione oppio dei popoli).
Eppure – così facendo – si sarebbe appesa alla parete un’altra religione, quella laicista.

Fortunatamente la Corte Europea, in sede di appello e con sentenza definitiva, ha deciso a maggioranza di quindici giudici contro due (giudice italiano Guido Raimondi) di riformare la precedente pronuncia, dichiarando che “se è vero che il crocifisso è prima di tutto un simbolo religioso, non sussistono tuttavia nella fattispecie elementi attestanti l’eventuale influenza che l’esposizione di un simbolo di questa natura sulle mura delle aule scolastiche potrebbe avere sugli alunni”. Insomma, l’eventuale “percezione personale” di detta influenza non è sufficiente a integrare una violazione del diritto a una istruzione “secondo le singole convinzioni religiose e filosofiche” di cui parla l’art. 2, Protocollo 1, della Convenzione dei Diritti dell’Uomo.

Per sostenere il contrario occorrerebbe invece dimostrare “un’opera di indottrinamento da parte dello Stato”, e dunque l’esistenza di “pratiche di insegnamento volte al proselitismo”. La Grande Camera poi ricorda di aver già precedentemente stabilito che, “in merito al ruolo preponderante di una religione nella storia del paese, il fatto che, nel programma scolastico le sia accordato uno spazio maggiore rispetto alle altre religioni non costituisce di per sé opera di indottrinamento”.

Come si vede, la laicità statale è riportata nell’alveo suo proprio di rispetto della libertà di ciascuno di manifestare ed esprimere il proprio credo, senza che quest’ultimo possa essere impedito dallo Stato o da terzi, e senza che, correlativamente lo Stato o terzi possano imporne uno a scapito di altri.
Viene invece disconosciuta – mi pare – una laicità basata su di una libertà religiosa intesa in senso puramente negativo e intimistico, ossia come pretesa che lo Stato impedisca ogni forma di espressione esteriore e pubblica di una fede, piuttosto che di un’altra, in quanto possibile fattore di condizionamento della libertà religiosa altrui.
Ma dove avrebbe portato questa forma di neutralità?
Mi pare che sotto un falso concetto di rispetto umano sarebbe passato il tentativo di sopprimere definitivamente ogni dimensione religiosa nell’uomo. In questa forma più estrema è evidente che lo stato indifferente al fenomeno religioso finisce per coincidere con lo stato contrario al fenomeno religioso, sostituendo al fattore religioso la religione civile dell’assenza di simboli religiosi e – in generale – l’assenza esteriore della fede in ambito pubblico.
Mi pare fosse in gioco la stessa preminenza di un atteggiamento europeo di laicità o di laicismo.

Le radici cristiane dell'Unità d'Italia

Benedetto XVI scrive a Napolitano per rivendicare il contributo cattolico all'identità nazionale.
di Edoardo Caprino fonte: http://www.lettera43.it/

 

Vincenzo Gioberti, Cesare Balbo, Massimo d’Azeglio, Raffaele Lambruschini.
Papa Benedetto XVI non ha dimenticato nessuno dei padri della patria nel messaggio inviato all’attenzione del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in occasione dell’anniversario del 150° anniversario dell’Unità d’Italia.
Il pontefice ancora una volta è salito in cattedra e ha dato un’autentica lezione di storia del cattolicesimo liberale italiano, ricordando quelle figure che hanno dato linfa all’ unificazione.
Non potevano inoltre mancare all’appello Antonio Rosmini, Alessandro Manzoni, Silvio Pellico e il santo “sociale” per eccellenza, san Giovanni Bosco, il quale ha educato intere generazioni «su un paradigma coerente con una sana concezione liberale», Ratzinger docet, «ossia essere cittadini di fronte allo Stato e religiosi di fronte alla Chiesa».
Storia passata, ma lo era già dai tempi di papa Montini che si felicitava della scomparsa dello Stato pontificio, quella che contrapponeva la giovane e ritrovata Italia contro Pio IX e i pontefici a lui succeduti.
RADICI CRISTIANE ITALIANE. Giustamente il Santo padre ha rivendicato come «il Cristianesimo ha contribuito in maniera fondamentale alla costruzione dell’identità nazionale». Negarlo sarebbe impossibile: basta pensare a intellettuali come Dante, Giotto, Petrarca, Michelangelo, Raffaello, Pierluigi da Palestrina, Caravaggio, Scarlatti, Bernini e Borromini, tutti nomi citati da Benedetto XVI, e quanto da loro realizzato nelle rispettive arti e mestieri.
La Chiesa universale rivendica per l’Italia il proprio rapporto nel processo di formazione e consolidamento dell’identità nazionale.
Papa Ratzinger non ha dimenticato le criticità sorte con il Risorgimento – dovute, a suo parere, a «tradizioni di pensiero diverse, alcune marcate da venature giurisdizionaliste o laiciste» – ma i cattolici hanno dato nel tempo un apporto di pensiero fondamentale alla formazione dello Stato unitario.
CONTRIBUTO FONDAMENTALE. Si pensi solo all’azione condotta all’interno dell’assemblea Costituente del 1947. Il papa ha sottolineato come «non c’è alcun dubbio che solo i costituenti cattolici si presentarono allo storico appuntamento con un preciso progetto sulla legge fondamentale del nuovo Stato italiano».
Non potevano mancare in questo ricordo anche i cattolici vittime del terrorismo e che hanno lasciato un segno indelebile nella storia italiana, come per esempio Aldo Moro e Vittorio Bachelet.
Un riconoscimento dei rapporti Stato-Chiesa viene dalla sottolineatura della firma dell'accordo di revisione del Concordato lateranense (anno domini 1984 firmatari Bettino Craxi e il Cardinale Agostino Casaroli); infatti per il papa lo Stato italiano «ha offerto e continua a offrire una collaborazione preziosa, di cui la Santa sede fruisce e di cui è consapevolmente grata».
Un segnale, quello del pontefice, lungo, intenso che testimonia quanto il Tevere sia stretto tra le due sponde.
Un messaggio per nulla retorico, inviato al presidente Napolitano, uomo laico ma preso in grande considerazione e stima in Vaticano.
Papa Ratzinger ha omaggiato l’Italia e la sua storia unendo le sue parole a quelle pronunciate in questi giorni dai diversi presuli italiani, in primis il presidente della Conferenza episcopale italiana Angelo Bagnasco.
Giovedì, 17 Marzo 2011







La persona nella prospettiva cristiana - 1

Autore: Negri, Luigi
Fonte: CulturaCattolica.it


Il corso di Antropologia cristiana. Potete scaricare il testo completo in formato ePub, per leggerlo su dispositivi portatili
Il termine "antropologia" ci ricorda immediatamente che la questione capitale è la riapertura del problema del senso dell'esistenza umana e perciò del suo valore.
In senso rigoroso e fondamentale la questione antropologica coincide con la cultura tout court.
Giovanni Paolo II, all'inizio del suo pontificato, ha formulato in modo suggestivo e densamente drammatico questa questione, su cui è poi tornato numerosissime volte, dopo la grande Enciclica programmatica "Redemptor Hominis".
"Se le nostre statistiche umane, le catalogazioni umane, gli umani sistemi politici, economici e sociali, le semplici umane possibilità non riescono ad assicurare all'uomo che egli possa nascere, esistere ed operare come unico e irripetibile, allora tutto ciò glielo assicura Iddio. Per Lui e di fronte a Lui, l'uomo è sempre unico e irripetibile; qualcuno chiamato e denominato con il proprio nome". (Radiomessaggio natalizio, 25 dicembre 1978).
Il Magistero di Giovanni Paolo II non solo è sensibilissimo al porsi della questione antropologica ma è, insieme, un fattore culturale che la favorisce e la promuove.
In effetti riaprire la questione antropologica è possibile soltanto compiendo un bilancio critico della cultura moderno-contemporanea: una cultura che ha preteso di fondare l'uomo ed il valore prescindendo dalla dimensione religiosa dell'esistenza e riconducendolo esclusivamente al potere intellettuale e morale e, quindi, tecnologico-scientifico.
Così nella cultura moderno-contemporanea la persona umana, da soggetto libero e responsabile della storia si controverte in oggetto delle più diverse manipolazioni.
Per usare un'espressione significativa di Grygiel, l'antropologia moderna è una antropologia "profanata".
Nel fermento culturale e nei dibattiti suggeriti dalla questione antropologica si inserisce come contributo di notevolissimo interesse questo testo, che raccoglie le lezioni del professor Stanislaw Grygiel "La persona nella Rivelazione cristiana".
Il testo è di esemplare profondità ed insieme straordinariamente chiaro: in essa si coniugano il rigore della lezione della metafisica classica, una memoria profonda della tradizione culturale medievale, una appassionata partecipazione alla vicenda antropologica contemporanea, colta nelle sue istanze positive e nei suoi limiti.
Il testo comunica una singolare profondità di pensiero in termini elementari e suggestivi.
Questo corso diviene così strumento utile per l'apprendimento della identità culturale di ogni esperienza ecclesiale ed aiuto allo svolgersi della sua responsabilità missionaria, nel mondo.

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27/04/2005 La persona umana e la sua trascendenza - 2

Prova di felicità: Lettera da Alessandria

Clicca per ingrandire: Semen est sanguis christianorum
sabato 8 gennaio 2011

Alla notizia della ennesima strage di Copti in Egitto, la mia reazione è stata una reazione di rabbia mista a tristezza. Tanti perché si sono affollati nella mia mente. Perché tanto odio? Perché l’estremismo islamico sta dilagando in ogni dove cancellando ogni possibilità di dialogo? Che cosa possiamo fare per arginare tanta violenza e tanto dolore? A tutto ciò si aggiungeva la conoscenza personale di alcuni copti di Alessandria. Ebbene, è proprio da uno di questi amici, un giovane ventottenne conosciuto in occasione del primo Master euro mediterraneo della Fondazione per la Sussidiarietà, che mi è giunta stamattina via e-mail la risposta più convincente. Una risposta d’amore, ma soprattutto di fede, a chi come me molte volte tentenna e non testimonia sufficientemente la propria religione.


Valentina Colombo E’ senza dubbio una notte dalla straordinaria bellezza quella che conclude l’anno e avvia un anno nuovo. Un nuovo inizio in cui si spera nel bene e si hanno infinite aspettative. Si spera che si realizzi quel che non si è realizzato in passato. Provi la gioia dei sorrisi di chi incontri e ti saluta dicendo “Che ogni anno tu stia bene” oppure “buon anno”. Tutti condividono questo splendore oppure si trascorre la notte in attesa che passi da casa Babbo Natale e porti dei bei doni.
Invece l’eco di quella esplosione e lo spargimento di sangue in ogni dove, la sirena delle autoambulanze che infrangeva la quiete della serata che doveva essere ricolma di gioia.
Dopo alcuni istanti veniamo a sapere che cosa era accaduto a coloro che si erano recati a pregare per celebrare l’anno nuovo.
Mille domande hanno affollato la mente. Perché quel luogo? Chi è stato? Perché oggi? Che cosa posso fare? Sono un uomo che lotta con una realtà che è cambiata di 180 gradi e sente tutta la propria limitatezza.
Cercai di uscire dallo stato di stupore che mi aveva colto quando mi raggiunse la notizia dello scoppio di una bomba davanti a una chiesa della mia città nella notte di Capodanno. I numeri si accavallavano, ma tutto collideva. Il numero dei morti continuava a salire, come pure quello dei feriti. Iniziai a girare tutti i canali televisivi, a seguire le notizie che gli amici facevano girare per internet. Tutti concordavano sul fatto che “non potevano credere” a quel che era accaduto all’improvviso e che aveva trasformato i festeggiamenti e rallegramenti per il nuovo anno in rallegramenti perché si era scampati al luogo e all’attentato.
Domande e risposte si susseguivano ininterrottamente sul luogo dell’accaduto, ma di fatto quel che importava era l’evento stesso.
Ora so che una persona ha mirato alla gioia perché la comparsa del terrorismo mortale nella notte di Capodanno mira senza dubbio alla gioia dei festeggiamenti per la nascita del Signore, indica che qualcuno ha voluto diffondere, in un luogo in cui era presente quella gioia, la paura che è generata dall’esplosione e dalla vista del sangue. Qualcuno che non vuole che io viva la mia fede che rifiuta la paura, la tristezza e la morte.
Per questo motivo ora, proprio ora, gioisco nel Signore. Forse questo tragico evento mi ha fatto male, ma mi oppongo al fatto che possa avere la meglio su di me. Non intaccherà la mia gioia che emana dal Messia “perché, se viviamo, viviamo per il Signore; e se moriamo, moriamo per il Signore; sia dunque che viviamo o che moriamo, noi siamo del Signore” (Romani, 14,8). Sì, non sono triste perché il Signore è qui e qui resterà per sempre. Gioisco con lui certo dell’eternità, nonostante le forze dell’odio vincano e mi facciano del male.
No, il terrorismo dell’odio non annullerà il mio credo e la mia identità esercitando pressione su di me con le bombe del suo astio. Domani, dopodomani e ogni giorno a venire non mi rinchiuderò in casa e non smetterò di andare in chiesa. Il terrorismo non seminerà nel mio cuore la paura, non mi paralizzerà, anzi aumenterà il desiderio di segnare la vita con la mia impronta, non mi spingerà a rinchiudermi a chiave sotto il vessillo della paura e a isolarmi dalla mia società e dalla mia realtà.
Non lascerò che la persona che ha ucciso gli innocenti veda morire la mia nazione. Mi rifiuto di perdere ogni speranza nell’essere umano soprattutto in quegli uomini che con me formano l’immagine della mia nazione, non lascerò che il terrorista mi faccia vedere gli altri attraverso le sue lenti, anzi sarò io a guardarlo attraverso gli altri affinché la mia fede raggiunga il suo cuore.
Innanzi a tutta questa morte, questa paura, questa tristezza voglio annunciare la vita, la pace, la gioia. Questa è la mia risposta a quel terrorista, a chi lo ha mandato e a chi lo ha istruito.
Voglio annunciare la sua disfatta perché la mia vita è legata a doppia mandata al Signore e sono consapevole che la mia vita è legata al prossimo.
Sì. Non ho paura e annuncerò la mia gioia al mondo pur custodendo il mio profondo dolore che mi ricorda che sono un uomo che ha perso dei fratelli.
Autore: Sameh Nassiem Gayed - Valentina Colombo  Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it

(traduzione dall’arabo di Valentina Colombo)