Cinema-Teatro


GLI EQUILIBRISTI

GIOVEDI 28 FEBBRAIO 2013
SALA CONSILIARE DI GHEDI ORE 21.00 

INTRODUZIONE E DIBATTITO GUIDATO DAL DON ITALO UBERTI
INGRESSO GRATUITO


 (Gli Equilibristi, 2012, Italia)
La storia vera di una famiglia media che finisce in miseria, coi pasti della Caritas. Una tragi-commedia sulla precarietà dei tempi, con un grandissimo Valerio Mastandrea.




Giulio (Mastandrea) ha quarant’anni e una vita apparentemente tranquilla. Una casa in affitto, un posto fisso, un’auto acquistata a rate, una figlia ribelle ma simpatica e un bimbo dolce e sognatore, una moglie (Barbora Bobulova) che ama e che tradisce. Giulio viene scoperto e lasciato e la sua favola improvvisamente crolla. Ma cosa accade ad una coppia che ai nostri giorni “osa” separarsi?

Gli equilibristi attraverso una carrellata di eventi ora tragici ora ironici, ci accompagna per mano nel mondo di un uomo che di colpo scopre quanto sia labile il confine tra benessere e povertà. Ne abbiamo parlato con il regista, Ivano De Matteo.

Già dal titolo si capisce che parliamo di quanto è difficile mantenere un equilibrio nella vita…


“Assolutamente sì e l’ho fatto raccontando la storia di una coppia molto, molto normale. Nel senso che lui fa un lavoro da poco più di mille euro al mese, hanno un mutuo, la moglie fa il part-time e hanno due figli. Una famiglia media. Quello che volevo raccontare era il fragile equilibrio che sta alla base di ogni esistenza, utilizzando il tradimento di lui e il conseguente divorzio come cause che fanno scatenare la perdita di questa ‘normalità’. Una battuta del film fotografa perfettamente questa situazione: ‘il divorzio è per i ricchi, quelli come noi non se lo possono permettere’. Ed è la verità, esattamente la realtà in cui viviamo”.

Non è quindi un film sul tradimento e il divorzio ma su come da un giorno all’altro può cambiare tutto…


“Gli equilibristi è la storia di un uomo con un equilibrio instabile, a partire dal punto di vista economico dopo il divorzio, per proseguire con un suo vero e proprio scollamento con la società. Giulio continuerà a raccontare a tutti, famigliari ed amici, che sta bene e se la cava, ma ovviamente non è così… è la vergogna che lo fa agire in questo modo. E non vi è peggior sentimento che la vergogna verso gli altri e, soprattutto, verso sé stessi da saper affrontare, perché è qualcosa di impalpabile, non è visualizzabile, ma che ti trascina a fondo”. 


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«Uomini di Dio»: il vero film dei magnifici 7

LUNEDI' 04 APRILE

ORE 21.00 CINEMA IL GABBIANO DI GHEDI 

INGRESSO GRATUITO 

All’ultimo Festival di Cannes ha profondamente commosso il pubblico internazionale raccontando la vita quotidiana di un gruppo di monaci trappisti nell’Algeria degli anni Novanta. E non ha lasciato indifferente neppure la giuria presieduta da Tim Burton, che gli ha assegnato il prestigioso Grand Prix. Perché «Uomini di Dio» di Xavier Beauvois, fortemente voluto dal produttore cattolico Etienne Comar, nelle nostre sale dal 22 ottobre, è un perfetto esempio di come si possa fare grande cinema affidandosi, proprio come facevano Robert Bresson e Carl Dreyer, ai silenzi, agli sguardi, alla spiritualità e a temi che affrontano le grandi domande dell’uomo drammaticamente calato nell’arena della storia.

Il film, opera profondamente religiosa, rievoca infatti la drammatica vicenda dei religiosi rapiti e assassinati a Tibhirine, sulle montagne dell’Atlante, nel marzo del 1996, ancora oggi al centro di una complessa indagine giudiziaria riaperta dopo il reportage del giornalista americano John Kiser. Se infatti la strage era stata inizialmente attribuita al Gia (Gruppo Islamico Armato), in una fase processuale successiva si è invece parlato di un «errore dell’esercito algerino». La verità è ancora da stabilire, ma il regista non si addentra nella controversia, evitando di fare del film un thriller politico su un intrigo internazionale; non mostra le teste ritrovate senza i corpi (anche per rispetto alle famiglie delle vittime l’atrocità della loro morte resta fuori campo e la storia si conclude con una scena ricca di emozione) e non fa dei protagonisti dei martiri da strumentalizzare.

Non estraneo alle riflessioni sulla vita e la morte (N’oublie pas que tu vas mourir), Beauvois – che si è confrontato con religiosi e teologi trascorrendo un periodo nel convento cistercense di Notre-Dame de Tamié – si concentra piuttosto (come il bel documentario Il grande silenzio di Philip Gröning) sulla quotidiana vita monastica dei protagonisti, corpi immersi nella natura tra lavoro, preghiere, canti, pasti e impegno per il prossimo, secondo una ritualità capace di unire il cielo e la terra. Perfettamente integrati in terra musulmana, i monaci guidati dal priore Christian de Chergé sono «fratelli» degli islamici di cui si prendono cura e con i quali recitano anche passi del Corano («Amen» è sempre seguito da «inshallah»), testimoniando con la propria vita un amore per l’umanità che va oltre le barriere culturali e religiose.

Una vocazione ben resa dal titolo originale del film, Des hommes et des dieux, e in parte tradita da quello italiano. Il 30 ottobre 1994 il Gia ordinò a tutti gli stranieri di abbandonare l’Algeria, ma quei monaci decisero di restare al fianco di chi aveva bisogno di loro, convinti di non poter tradire la loro fede e la fiducia in una comunità basata sulla tolleranza. «Non temo la morte, sono un uomo libero» dice Lambert Wilson nei panni di padre Christian. La forza, il rigore e il coraggio del film stanno proprio in questo, nella decisione di riflettere sulla difficoltà di una scelta non priva di dubbi, angosce e tensioni.

E di offrire a un pubblico abituato a velocità ed effetti speciali, adrenalina e 3D un mondo fatto di lentezza, contemplazione e popolato di persone capaci di un amore e una compassione straordinari, pronti all’estremo sacrificio pur di dedicare la propria vita agli altri. Ritiratisi per alcuni giorni nella pace del monastero prima dell’inizio delle riprese, gli attori hanno più volte dichiarato di aver sentito su di loro la protezione e la fratellanza dei religiosi a cui stavano per ridare vita. E non c’è bisogno di essere credenti per sentire in quei personaggi una verità che viene da lontano.
Alessandra De Luca 

Auschwitz: 

un pellegrinaggio interreligioso nel luogo simbolo del male


In un’epoca storica in cui il dialogo tra le religioni vive purtroppo un momento di sofferenza, è con favore che va accolta la notizia di una trasmissione televisiva che andrà in onda domenica prossima. Si tratta di una speciale co-produzione Anthos e RAI Cinema, che dà conto di un viaggio materiale e dell’anima delle grandi religioni mondiali dentro i campi di sterminio di Auschwitz – Birkenau. “Segni di pace ad Auschwitz (in un giorno di sole)”, questo il titolo della trasmissione che andrà in onda su Rai1 alle 23,30,  darà conto di un pellegrinaggio interreligioso che la Comunità di Sant’Egidio ha compiuto nel luogo simbolo del male del Novecento.
Auschwitz  diventa universale nelle parole e nella guida di tre importanti intellettuali e riferimenti spirituali come il biblista Ambrogio Spreafico, vescovo cattolico, il filosofo musulmano Hassan Hanafi e il rabbino capo David Rosen, direttore dell’American Jewish Committee e le testimonianze dell’ex rabbino capo di Israele Lau e di C.Stojka, zingara sopravvissuta allo sterminio. Un lavoro poetico e raffinato, dove passato e presente si incrociano con immagini di repertorio di origine russa e dagli archivi di Washington, mentre si svolge il più grande pellegrinaggio mondiale delle diverse religioni mai avvenuto ad Auschwitz. Nasce così un film che diventa un percorso della memoria e della comprensione della ferita della Shoah, ma anche un viaggio contemporaneo sulla necessità del dialogo, dell’incontro con l’altro, nelle ferite e nelle speranze del mondo in cui viviamo.
Il racconto si svolge a tre livelli: nel primo, i tre testimoni, ebreo cristiano e musulmano, si interrogano su Auschwitz: il bene, il male, Dio, il silenzio di Dio, i totalitarismi, il negazionismo, la vita quotidiana nel campo, i punti di sofferenza del mondo oggi, come rispondere, come non perdere la memoria e come fare di Auschwitz un punto di resistenza morale. Il secondo livello aiuta a capire Auschwitz tra passato e presente attraverso immagini in bianco e nero e i luoghi oggi. Il terzo e ultimo livello, infine, invita a riflettere sulla necessità del dialogo oggi.
Moreno Migliorati  da Nobell.it





 LUNEDI 20 DICEMBRE - ORE 21.00

NATIVITY

Genere: Drammatico
                           Regia: Catherine Hardwicke
                           Interpreti: Keisha Casti e Hughes (Maria), Oscar
                           Isaac(Giuseppe), Hiam Abbass (Anna, madre di
                           Maria), Shaun Toub (Gioacchino, padre di Maria)


INGRESSO GRATUITO

Il film è condotto dalla regia di Catherine Hardwicke, regista attenta al mondo adolescenziale.

Di due adolescenti e della loro straordinaria avventura racconta pure Nativity: la giovanissima Maria e il giovane Giuseppe.
Bisogna dare atto che il film è decisamente fedele al racconto del vangelo di Matteo e Luca, accurato nel riprodurre il contesto storico-geografico, umanissimo nel
ripercorrere la storia e i sentimenti di Maria e Giuseppe. Una storia risaput
a e raccontata milioni di volte, ma non poche volte dando eccessivo spazio al miracolismo degli apocrifi, all' enfasi della spettacolarizzazione, alla superficialità scontata o ad una riduzione a fatto puramente umano che esclude l'intervento divino. Qui invece la
regia è delicata, rispettosa del dato evangelico, da un lato asciutta e scarna, dall'altro poetica e suggestiva, accompagnata da una bella fotografia e da una musica dolce.
Senza cedere alla retorica dei kolossal, il film segue l'evolversi del rapporto tra Giuseppe e Maria, fino alla natività e alla fuga in Egitto, con le scene che si susseguono, i discorsi essenziali, i gesti e gli sguardi che esprimono più delle parole. Il viaggio da Nazaret a Betlemme, con l'immancabile asinello, è rappresentato
realisticamente n
ella sua durezza, il lungo cammino con le brevi soste per riposare e mangiare. Finalmente arrivano a Betlemme. L'affanno per la ricerca senza frutto di un alloggio è compensato dall' avvenimento centrale di tutta la storia: in una grotta, ricovero di pecore e animali, nasce il Messia. Semplice la scena dei pastori che avvisati dall' angelo si avvicinano e ricevono il dono del Cielo che è anche per loro. Simpatici i Magi che, partiti da lontano e scrutando le stelle, portano i loro regali e riconoscono il regalo più grande nel Messia,
"il più grande dei re nato dal più umile degli uomini, Dio che si è fatto carne".